|
HIGHCARE, la ricerca medica sull'Himalaya-Everest
Dopo quattro anni di esperienza nella ricerca in alta quota
condotta in cima al Monte Rosa (Capanna Regina Margherita, 4559 m s.l.m.),
l’Istituto Auxologico
Italiano (Ospedale S. Luca, Milano, Osp.
S. Giuseppe, Piancavallo,
Verbania) e l’Università degli Studi di Milano-Bicocca (Dip. di Medicina Clinica e Prevenzione)
organizzano una spedizione con lo scopo di valutare le variazioni
fisiologiche indotte da una marcata e prolungata esposizione
all’ipossia ipobarica e per determinare come queste variazioni possano
essere influenzate dal blocco recettoriale dell’angiontensina AT1 oltre che da alcune procedure
non farmacologiche.
Numerose altre istituzioni sono state invitate a partecipare al progetto, sia
direttamente sia attraverso il loro contributo e supporto culturale.
La spedizione si svolgerà nella regione Himalayana nei pressi del Monte
Everest, se possibile sul versante Cinese/Tibetano, altrimenti da quello
Nepalese. Buona parte della raccolta dati sarà effettuata sul Monte Everest
al campo base (5300 m s.l.m.) e al campo base avanzato (6400 m s.l.m.),
mentre un sottogruppo di alpinisti cercherà di raccogliere dati anche durante
l’ascesa alla vetta (8848 m s.l.m.).
Molte delle variazioni fisiologiche che avvengo alle alte quote sono causate
dalla diminuzione della pressione atmosferica che conduce a ipossia e
ipossiemia. Lo studio dell’esposizione in alta quota è importante non
solo perché permette di comprendere meglio i meccanismi che regolano
l’adattamento all’alta quota e l’eziopatogenesi del male
acuto di montagna (AMS),
ma anche perché questa condizione potrebbe servire da modello per esplorare
la fisiopatologia di alcune le malattie connesse con l’ipossia
tissutale, quali lo scompenso cardiaco, la malattia polmonare ostruttiva
cronica, l’ipertensione arteriosa associata alla sindrome delle apnee
notturne e l’obesità severa e per provare l’efficacia di alcuni
interventi terapeutici utili a curarle.
Questo richiede la valutazione di strategie di trattamento farmacologico e
non farmacologico, che potrebbero essere applicate non solo per contrastare i
sintomi legati all’AMS,
ma anche e soprattutto per curare alcune condizioni croniche patologiche che
si accompagnano all’ipossiemia. La ricerca in alta quota è quindi
interessante anche nella prospettiva di comprendere meglio tali condizioni
patologiche per riuscire a trattarle più adeguatamente.
Il sistema renina-angiotensina-aldosterone
(RAAS) è coinvolto nella
patogenesi di numerose malattie cardiovascolari, tra cui l’ipertensione
arteriosa e l’infarto del miocardio, e i farmaci che interagiscono con
il RAAS, tra cui quelli
che bloccano i recettori dell’angiotensina,
possono essere vantaggiosi in queste condizioni.
L’alta quota induce importanti variazioni nel RAAS benché la loro esatta caratterizzazione sia
stata ancora solo parzialmente effettuata. Inoltre, davvero poche
informazioni sugli effetti dell’inibizione dei recettori AT1 sono
disponibili in questo scenario.
Il telimisartan è
un’antagonista dei recettori AT1 ed è caratterizzato da un prolungato
effetto che permette 24 ore di copertura con una singola dose quotidiana. È
stato inoltre proposto che possa esercitare un effetto metabolico tramite
l’azione agonistica sulla PPAR-gamma,
contrastando l’insulino
resistenza. Quest’ultima caratteristica potrebbe essere rilevante in
alta quota poiché in queste condizioni la sensibilità all’insulina è
ridotta.
Sulla base delle nostre precedenti ricerche condotte sulle Alpi, due
interventi non farmacologici, rivolti a contrastare gli effetti dell’ipossia
ipobarica in alta quota, hanno mostrato avere un’efficacia immediata
nel migliorare lo scambio di ossigeno: il respiro lento controllato e la
ventilazione meccanica a pressione positiva delle vie aeree (CPAP). Comunque, i meccanismi
che stanno alla base di questo miglioramento non sono ancora adeguatamente
compresi.
Successiva -->
|