Project Coordinator: Prof. Gianfranco Parati, University of Milano-Bicocca & IRCCS, Istituto Auxologico Italiano, Milano, Italy
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HIGHCARE, la ricerca medica sull'Himalaya-Everest

Dopo quattro anni di esperienza nella ricerca in alta quota condotta in cima al Monte Rosa (Capanna Regina Margherita, 4559 m s.l.m.), l’Istituto Auxologico Italiano (Ospedale S. Luca, Milano, Osp. S. Giuseppe, Piancavallo, Verbania) e l’Università degli Studi di Milano-Bicocca (Dip. di Medicina Clinica e Prevenzione) organizzano una spedizione con lo scopo di valutare le variazioni fisiologiche indotte da una marcata e prolungata esposizione all’ipossia ipobarica e per determinare come queste variazioni possano essere influenzate dal blocco recettoriale dell’angiontensina AT1 oltre che da alcune procedure non farmacologiche.
Numerose altre istituzioni sono state invitate a partecipare al progetto, sia direttamente sia attraverso il loro contributo e supporto culturale.
La spedizione si svolgerà nella regione Himalayana nei pressi del Monte Everest, se possibile sul versante Cinese/Tibetano, altrimenti da quello Nepalese. Buona parte della raccolta dati sarà effettuata sul Monte Everest al campo base (5300 m s.l.m.) e al campo base avanzato (6400 m s.l.m.), mentre un sottogruppo di alpinisti cercherà di raccogliere dati anche durante l’ascesa alla vetta (8848 m s.l.m.).
Molte delle variazioni fisiologiche che avvengo alle alte quote sono causate dalla diminuzione della pressione atmosferica che conduce a ipossia e ipossiemia. Lo studio dell’esposizione in alta quota è importante non solo perché permette di comprendere meglio i meccanismi che regolano l’adattamento all’alta quota e l’eziopatogenesi del male acuto di montagna (AMS), ma anche perché questa condizione potrebbe servire da modello per esplorare la fisiopatologia di alcune le malattie connesse con l’ipossia tissutale, quali lo scompenso cardiaco, la malattia polmonare ostruttiva cronica, l’ipertensione arteriosa associata alla sindrome delle apnee notturne e l’obesità severa e per provare l’efficacia di alcuni interventi terapeutici utili a curarle.
Questo richiede la valutazione di strategie di trattamento farmacologico e non farmacologico, che potrebbero essere applicate non solo per contrastare i sintomi legati all’AMS, ma anche e soprattutto per curare alcune condizioni croniche patologiche che si accompagnano all’ipossiemia. La ricerca in alta quota è quindi interessante anche nella prospettiva di comprendere meglio tali condizioni patologiche per riuscire a trattarle più adeguatamente.
Il sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS) è coinvolto nella patogenesi di numerose malattie cardiovascolari, tra cui l’ipertensione arteriosa e l’infarto del miocardio, e i farmaci che interagiscono con il RAAS, tra cui quelli che bloccano i recettori dell’angiotensina, possono essere vantaggiosi in queste condizioni.
L’alta quota induce importanti variazioni nel RAAS benché la loro esatta caratterizzazione sia stata ancora solo parzialmente effettuata. Inoltre, davvero poche informazioni sugli effetti dell’inibizione dei recettori AT1 sono disponibili in questo scenario.
Il telimisartan è un’antagonista dei recettori AT1 ed è caratterizzato da un prolungato effetto che permette 24 ore di copertura con una singola dose quotidiana. È stato inoltre proposto che possa esercitare un effetto metabolico tramite l’azione agonistica sulla PPAR-gamma, contrastando l’insulino resistenza. Quest’ultima caratteristica potrebbe essere rilevante in alta quota poiché in queste condizioni la sensibilità all’insulina è ridotta.
Sulla base delle nostre precedenti ricerche condotte sulle Alpi, due interventi non farmacologici, rivolti a contrastare gli effetti dell’ipossia ipobarica in alta quota, hanno mostrato avere un’efficacia immediata nel migliorare lo scambio di ossigeno: il respiro lento controllato e la ventilazione meccanica a pressione positiva delle vie aeree (CPAP). Comunque, i meccanismi che stanno alla base di questo miglioramento non sono ancora adeguatamente compresi.

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